Accidenti a te Soldini! Accidenti, accidenti e ancora accidenti!
E accidenti anche a me che ho saltato coro per venire a vedere l'anteprima belga del tuo BELLISSIMO film
Giorni e Nuvole (per altro pensando di venire a vedere un film sulla barca a vela, che avevo capito che fossi Soldini l'altro, quello che naviga in solitaria, che poi ho pure scoperto che siete fratelli...uff, che fatica!).
I critici di stelle te ne hanno date 3, io te ne avrei date anche di piu', pero' condite da quattro o anche 5 punti di sutura sul tuo bel faccino registico.
A chi non lo avesse visto, ne consiglio la visione, ma e' roba per coscienze forti.
Innanzi tutto e' ambientato a Genova. E gia' alla prima inquadratura del cielo della citta', del porto e del resto, io sentivo
ma se ghe pensu in stereofonia sulle onde medie del mio cervello, ed ero gia' in crisi, con la lacrimuccia attaccata al mascara.
Poi e' una storia di sconfitta. Me la addolcise col finale che avrei voluto, ma rimane una storia di sconfitti della storia.
Lui, Michele (Albanese, che sono a guardarlo in faccia a me mette tristezza), e' un uomo di solidi principi. A me, all'inizio, ricordava il mio papa' (al quale consiglio vivamente di
non vedere questo film). Ha messo su con un socio un'impresa navale/marittima di qualche tipo e la manda avanti cercando di rispettare i dipendenti, ai quali vuole garantire un lavoro e uno stile di vita dignitoso, e le regole. Crisi economica, globalizzazione, decidete voi cosa, mandano la ditta in crisi. Subentra un nuovo socio che sostituisce ai valori "tradizionali" di solidarieta' e rispetto, quelli moderni del profitto ad ogni costo. Michele non ci sta, perde la battaglia coi due e con essa il lavoro, la ditta e la vita stessa. Non si ammazza, ma potrebbe. Disoccupato e di mezza eta', aspetta che la moglie quarantenne si laurei in storia dell'arte per darle la notizia. E da li' in poi (siamo ancora ai primi 10 minuti di flim) si assiste allo sfaldamente della vita familiare: via le frivolezze, via gli amici, via la spensieratezza, via la figlia, via la barca, via la casa, via lavoro di restauro...rimangono solo loro due. Una coppia granitica - sembra - che sta in piedi nascondendo la disperazione nel non detto, nel tentativo di mantenere la normalita' prima, nel convincimento che andra' meglio poi, fino alla resa. Lei fa 2 lavori precari, lui, spogliato del ruolo di capo famiglia, cade in depressione. Alla fine i due litigano e la vera fine, secondo me (ma anche secondo quel disgraziato del regista che ce lo ha confidato a fine proiezione), dovrebbe essere un bel tuffo con ancora al collo nel porto di genova. Invece, la bellezza di un affresco al cui restauro la moglie ha contribuito, sembra rischirare la vita dei due e salvarli dall'abbruttimento in cui sembravano essere sprofondati senza speranza.
Ecco, questa la storia.
Io ho pianto per meta' film. Forse di piu'. I protagonisti mi facevano ricordare i miei, di genitori. La mamma che un po' si cruccia, ma poi si rimbocca le maniche, apparentemente senza paura di niente, che fa ottomila cose al giorno nascondendone la fatica, che tira il carretto in silenzio; lui che cerca di darle fiducia, di proteggerla, di rassicurarla, che chiede incoraggiamento e che deve reinventarsi, senza riuscirci (il mio papi ci riuscirebbe di sicuro ;-) ).
Il fatto e' che io quei due li rispetto. Rispetto la loro caduta libera, il loro tentare di rialzarsi, la loro chiusura, la vergogna, il non riuscirci. Li rispetto perche' provano, con tutte le loro forze a rimanere fedeli a loro stessi e ai loro valori. Non cedono al mondo rappresentato da Morelli (credo), il nuovo socio. Non cercano mezzucci e scorciatoie, rimangono responsabili, non cercano giustificazioni per uscire da quei confini (morali? etici?) che loro stessi si sono dati. Forse proprio per questo non c'e' riscatto. I personaggi non cambiano e non si compromettono, quindi, non risorgono. Ecco.
Mentre camminavo verso casa pensavo al mio colloquio con l'ufficio CSI (oh, mica scherzo) di Bruxelles. Pensavo che quando sono arrivata qui mi sono detta che mai e poi mai avrei venduto l'anima ad una lobby. Io che ho solo lavorato per ONG, io che sono andata fino in Ghana a vedere che si poteva fare, non potevo, mai e poi mai, lavorare per una lobby. Piuttosto la cameriera, mi dicevo. Ecco. Mi scade il contratto tra poco e il colloquio l'ho fatto. Mi sono detta che e' un lavoro interessante, che magari faro' lobby per delle ONG (e una ci dovrebbe essere per davvero) e che poi non lo devo fare per sempre, che imparero' un sacco di cose e che poi, con tanta esperienza in piu' sulle spalle potro' tornare nel mondo della ricerca che tanto amo. Ecco. In realta' lo so che insieme alle ONG mi puo' capitare la
Lockheed Martin e che se capita non potro' dire di no. Il colloquio e' stato carino. Io i lobbisti li conosco e so come trattarli, credo di aver detto tutte le cose giuste, che infondo lobbista lo sono anche io, ma ho passato l'intero colloquio a temere che mi chiedessero se avessi dei problemi etici a lavorare per certi clienti. Non me lo hanno chiesto, ma questa domanda me la faccio da tempo e so gia' la risposta. La risposta e' si', problemi ne avrei, ma pare che il vento per me stia cambiando e che forse questi problemi sarei capace di metterli da parte.
Ecco.
Fino a ieri sera e a quel dannatissimo film, questo problema della mia integrita' morale/etica ero riuscita a ficcarlo sotto il tappeto. Ogni volta che tornava fuori, gli sibilavo un "non ci provare, the rent first!" e lo facevo tornare al suo posto. Ora non so piu' che rispondere.
Il fatto e' che non sono nemmeno una di quelle testone che fanno dei principi morali il loro mestiere. Quelli delle ONG di lotta, tipo Greenpeace o NonViolentPeaceForce (ci rendiamo conto del nome?!?!) che guadagnano dicendo ai governi di non fare o di fare cose molto nobili, per carita', ma che a me viene da tirarli per i sandali da frate per fagli toccare terra e informarli che il tempo dei figli dei fiori e' FI-NI-TO e con la realta' bisogna farci i conti. Essi' che se fossimo tutti come loro il mondo sarebbe migliore (ummmmm......forse...), ma non si puo' semplicemente ignorare che non sia cosi'. Ecco.
Questo per dire che non posso nemmeno lavorare li'.
Quindi, grazie a te, Soldini, da oggi ho meno rispetto di me. Non solo, non mi hai nemmno offerto un piano B. Mi hai detto, se rispetti i valori sei nella merda - ....................lunga pausa di riflessione della durata del film....................- e ci resti.
Ecco. E quindi? Mo' che faccio? Spero o non spero di essere presa a lobbare? Se si', quest'anima immacolata (@*&^@#?!?!?!), la vendo?
Non mi avessi gia' abbastanza destabilizzato, caro il mio soldini (che quando tel'ho chiesto alla fine del film, mi hai detto che pero' nel finale c'era un minimo di positivita'. Grazie! Quella del NON suicidio!!!!), mi hai pure fatto un documentario BELLISSIMO sulla mia liguria. Non solo sui suoi paesaggi e suoi mestieri, ma un documentario su quello che presto non ci sara' piu'. L'ITALSIDER di cornigliano, con l'ex operaio che ti dice che a lavorare li' si sveniva di fatica, ma che c'era un tale spirito di squadra e di classe che nel mondo individualista di oggi non possono piu' esistere. E poi quello che navigava, che ti parla del porto, di dove andava a imbarcarsi, della compagnia, dell'aiutare quelli meno forti senza escluderli e delle lezioni di vita apprese da quelli che avevano fatto la resistenza. E poi il pescatore, che ti dice che nessuno vuol fare piu' il suo lavoro e che ci vorranno gli immigrati (che 'per carita' - specifica poco convinto - vanno benissimo!'), che i nostri giovani non c'hanno testa e le tradizioni si perdono. E poi il produttore di vino delle Cinque Terre, che si e' reinventato il lavoro dei suoi nonni. E quello che produce l'olio che ti racconta la fatica della mia terra avara, del fatto che spendiamo di piu' per l'olio della macchina che per il nostro e delle tradizioni delle vecchie generazioni etc...
Ecco.
E' finita con De Andre' che canta A Cimma e io che parlo con il produttore di vini delle Cinque Terre, con il cuore in gola, che mi viene da abbracciarlo e da dirgli "portami con te a raccogliere i grappoli tra il mare, i monti e il sole, che cosi' non faccio male a nessuno. Portami a casa."
La verita' e' che la mia terra, la mia casa, la mia famiglia, la mia tribu' le ho tatuate sotto la pelle e che le vivo quanto piu' lontana sono da loro. Casa e' con me sempre.
Cosi' un piantino affogato nelle solitarie patate di Place Jourdan me lo sono fatto. Ma non era il pianto nostalgico di un'emigrante, ma quello commosso di un'amante sconcertato da tanta bellezza.
In conclusione, accidenti a te Soldini! Accidenti!