confini immaginari

...tanto la riservatezza non è mai stata il mio forte...
venerdì, 20 giugno 2008

In diretta dal passato, attacco di surrealite acuta

Volevo parlarvi del Maestro Yoda che sta aprendo la mia mente ai misteri della Salsa, invece un video mi ha riportato alla mente la sola fiamma sestrina della mia vita, ora felicemente sulla via del matrimonio. Alla mia mail che gli segnalava il video ha risposto, tra le altre cose, con questa frase:

"...Ma il fatto di esserti fatta viva con una notizia del genere fa di te la regina delle vendicatrici e la ragazza piu'intelligente che abbia mai  conosciuto in vita mia. Se quando vieni a sestri accetterai l'invito, ti offro volentieri un caffé..te lo meriti."

La mia parte scema di me non si e' potuta astenere e quindi...ecco qui la risposta:

"Solo un caffe'?
Pensavo piu' all'inaugurazione di una statua in mio onore con  rinfresco a base di focaccia e nutella (ehssi', mi piacciono insieme, che ci posso fare?!) e champagne.  Una vera tamarrata."


Articolo sul Nuovo Levante:

"Oggi in Piazza Aldo Moro a Sestri Levante, il sindaco Lavarello ha scoperto il monumento dedicato alla nostra concittadina in esilio, Martacci.

La scultura, realizzata dal maestro Alfredo Gioventu', pesa 250kg ed e' alta due mele o poco piu'. Per specifica richiesta del committente, Dott Geologo Emmevvi , e' stata realizzata in marmo di Carrara, piombo e materiale organico proveniente dalle discariche di Napoli, a rappresentare l'ecclettismo della nostra concittadina.

La figura, proiettata in una fuga verso l'ignoto, rappresenta un cervello dotato di  braccia e gambe. Mentre i piedi taccati conferiscono alla struttura, altrimenti goffa, slancio ed eleganza, le braccine corte attribuiscono al cervello una delle sterotipiche caratteristiche della nostra gente.

La targa posta sul piedistallo, porta una dedica in stile marinettiano: "uhhmmmm, sei cosi' intelligente che ti leccherei il cervello!".

I motivi che hanno portato il Dott. Emmevvi a commissionare quest'opera rimangono ignoti al grande pubblico, ma la cittadinanza ha espresso la sua gratitudine per questa bellissima opera durante il rinfresco che ha accompagnato l'inaugurazione.

Martacci, giunta appositamente da Bruxelles per l'evento, si e' detta onorata di aver contribuito con la sua intelligenza all'arredo urbano. Con i denti coperti di nutella e l'alito fragrante di focaccia e champagne, bizzarri elementi del gustoso rinfrensco, Martacci si e' offerta ai flesh dei fotografi, commentando commossa: "belin, io mica me lo pensavo che oltre il culo c'avevo anche il cervello basso! Per fortuna che m'han messo i tacchi!"

Sebbene Emmevvi non abbia voluto rilasciare interviste, ambienti a lui vicini hanno confermato la soddisfazione del geologo. Si dice che in un momento di euforia sia scoppiato in una fragorosa risata e abbia brindato al grido "Si e' bevuta anche questa!"."

Quando mi riprendo da questo attacco di surrealite acuta, ve lo dico!

;-)
postato da martacci alle ore 15:52 | link | commenti
categorie: storie, gli abitanti della mia testa, the weirdest
martedì, 29 aprile 2008

stuck

There is not much I hate in this world. I pretty much like everything. I learned to like uncertainty, as it makes life exciting, I learned to like pain, as there is no better feeling than the one when it goes away, I learned to like whatever is weird and ugly, as it is interesting etc.

So I can say I am pretty lucky, that I enjoy my days fully regardless of what comes my way, but… BUT there is one thing I still cannot stand. That is being stuck.

STUCK.

Nothing moves, nothing happens. Days follow one another and I follow them, acquiring age, but not mileage.

Like a sailing boat in calm waters, there is nothing I can do. I can swear, blow, swim but nothing, nothing will work. I have to wait for the wind to fill my sails and the wind is apparently somewhere else. And I am stuck.

Philosophically speaking, I should take this chance as an opportunity. To rest, to think, to study, to prepare new plans and routes to direct my boat once the wind will return. But my gaze keeps chasing the horizon, checking the weathercock to detect any slight movement that could indicate the rise of a little breeze, times and times again. Every day. Every hour. Every minute.  

Being wise and knowing what should be done is always good when living somebody else’s life, but when it comes to your own it is not of much use.

A good captain, coping with a discouraged, grumpy and rebellious crew, would probably scrape the bottom of the rum barrel to keep them ‘happy’ until the wind changes. Instead I keep shouting “Everybody to the oars!!!!!”. With a confident and bright smile I tell them that now it is the good time to start rowing: “We’ll start rowing and wind will come! I’ll get you out of this bloody place!! Come on! It’s time to show how strong we are!!!!”. The boat, of course, does not move. The wind does not blow and we are only more frustrated and more tired.

May be I should make sure that the anchor is up. May be.

In the meanwhile, we will enjoy the sun, when it is out. And the rain, the rest (most) of the time. We will also enjoy the landscape, that is of course always the same, but if you focus on the detail, there is still a lot to discover and many reasons for happiness. Like not getting stuck with your heel in the usual dreadful footpath.

Details.

In the end being happy, like everything else, is only matter of exercise!

Pollyanna, a me, mi fa un baffo!

;-)

postato da martacci alle ore 10:21 | link | commenti
categorie: me medesima, bruxelles, gli abitanti della mia testa
martedì, 25 marzo 2008

Un personaggio in cerca di storia

A grandi passi veloci e sonori attraversa i portici del mio cervello. Le scarpe nuove, lucide di cuoio nero rimbombano, tasti gravi di un pianoforte nelle arcate vuote di una mattina uggiosa. Il dentro delle mie orecchie vorrebbe non considerarlo, ma il retro dei miei occhi lo ha ormai individuato.
Cammina stretto. Stretto nel suo cappotto, stretto alla parete, stretto nei suoi jeans troppo stretti, stretto nell'abbraccio della nebbia mattutina dei miei pensieri addormentati. Stretto, sfumato, nascosto, come una promessa. Come ciò che deve ancora accadere.
Cammina stretto, dunque, con il collo incassato nel pastrano e le nuvolette del suo respiro che gli si sparpagliano in faccia. Come un bambino che spinge svogliato un pallone su per la salita, il suo naso largo e schiacciato non fende la nebbia, la sposta, la spinge un pochino più avanti. E' nero. Nero come la pece. Nero che non lascia dubbi. Ed è grande. Un gigante, si direbbe. Ha i capelli crespi, lunghi, una nuvola nera che si confonde con il grigio della mattina. Come se la testa fosse un fuoco spento, sparge tentacoli di fumo in un aureola grigia di ben scarsa santità. Gli occhi, due bottoni neri conficcati nella neve, guardano avanti, seri, sicuri, senza incertezza alcuna, come di chi sa esattamente dove sta andando e cosa vuole.
E' un istante.
L'uomo nero aguzza lo sguardo per un secondo penetrando il grigio; io lo osservo distratta e sto già pensando ad altro...quando...i nostri sguardi si incontrano. E, improvvisamente, so cosa l'uomo nero cerca. So esattamente dove sta andando e cosa vuole dalla nebbia delle sinapsi sconnesse.
L'uomo nero che cammina all'indicativo presente, vuole possedere il passato che l'ha partorito, il futuro verso cui si dirige risoluto e anche qualche modo alternativo: un condizionale che dia forma ai suoi desideri, un congiuntivo che gli concateni i pensieri e tutto il resto, tutti gli strumenti per fare dell'esistenza un intricato progetto.
L'uomo nero, gigante, che cammina stretto è stretto nel suo presente indicativo e pretende la scelta; tutta la gamma delle complicazioni vitali; ripudia la semplicità, sputa sulla bidimensionalità dell'hic e del nunc, guarda nel retro dei miei occhi, li tiene incollati ai suoi e in un attimo..succede.
Si ferma ben piantato nelle sue scarpe nuove, tira fuori il lungo collo dal cappotto, alza il mento, corruga lievemente la fronte e lo dice. Lo dice in una lingua qualsiasi, tanto qui dentro ci capiamo. Lo dice con i suoi bottoni neri piantati nei miei olivastri. Lo dice e si appioppa sul groppone, prima tanto leggero, il primo dei pesi della terza dimensione. Lo dice e ci condanna. "VORREI una storia, VORREI la MIA storia".
Se la prima parola è un condizionale, e per di più un condizionale ottativo;  se la prima frase calca già su quel condizionale e su un possessivo, il destino è segnato. L'indicativo presente resta solo nel ritmico risuonare dei suoi passi nella mia testa stupita, il resto è già passato, il destino già batte a macchina il futuro, le sue mani nelle tasche già giocherellano con i desideri e le paure. L'uomo nero, gigante, non è più stretto, è ora avvolto nelle spire della sua storia.
postato da martacci alle ore 17:51 | link | commenti
categorie: storie, gli abitanti della mia testa

Chi sono

Utente: martacci
Chi sono? Quella che scrive per mettere un ponte sulle lontananze, e che ama troppo le lontananze per avvicinarle. Poi sono anche quella che cerca di realizzare i suoi obbiettivi. La stessa che a 15 anni ha detto che voleva, nell'ordine: vincere un oscar, il premio nobel per la pace, fare tre figli e scrivere un libro dopo la pensione. Ci sto lavorando. ;-)

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