Come vi ho gia' raccontato
qui, una delle bellezze di questa citta' dall'inverno perenne, e' la sua multiculturalita'.
Quando sono arrivata qui in vacanza studio nell'aprile del 2006, c'era il sole e faceva tiepido, per strada non sentivo due lingue che fossero le stesse e da romantica delle diversita' quale sono, mi innamorai perdutamente di questa insalata mista di razze, lingue e identita'.
Nel novembre del 2006 mi ero gia' disamorata. Bruxelles non e' casa, mi lamentavo, non ha un'identita' propria, inveivo, non ci si puo' integrare perche' non c'e' niente in cui integrarsi. Decisi che i brussellesi non esistevano, che era un'invenzione letteraria, anzi, filosofica, che un brussellese starebbe bene nell'epitaffio di kant:
"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me e un brussellese affianco a me", ecco. Non esistono i belgi, figuriamoci i brussellesi! Io vallone, tu fiammingo e in mezzo la Commissione Europea. Bruxelles non esiste.
Quasi un anno dopo, sono ancora qui. Ho DUE amici che si definiscono belgi, benche' lo facciano per pura provocazione, la definizione rimane. Uno e' in realta' fiammingo, ma ha deciso che questo paese deve restare unito e quindi dice "Piacere, io sono belga" e l'altro dice di essere belga perche' ci metterebbe troppo a spiegare di dov'e': un quarto libanese, un quarto fiammingo e mezzo irlandese...insomma...Belga, dice lui.
Mi sono abituata a vedere fogge di sciarpe, pantaloni, tuniche, cappelli, barbe di tutti i tipi e di tutte le misure, facce dai colori indefinibili, miscugli di provenienze e millantati purismi e poi le lingue, cosi' tante e cosi' diverse e tutti un po' snob che, dicono, la lingua si porta dietro la cultura e la cultura l'identita', o viceversa.
Insomma, ho trovato la comunita' in cui integrarmi. Non la EU-bubble, come la chiamano qui, cioe' quella masnada di burocrati, squali e frati scalzi che ruota attorno alla EU, ma la non esistenza di bruxelles. Sono la controparte sestri levantina dell'immigrato siciliano di terza generazione. Sto qui, comincio a partecipare alle attvita' di quartiere, a non vergognarmi del mio accento quando parlo francese e, soprattutto, ad accettare che questa situazione non cambiera' . Non saro' mai piu' belga che italiana, come quando ero in Irlanda. Saro' sempre un'Italiana in belgio e saro' brussellese, ovvero, figlia di nessuno, orfana di identita' e sorella di mille.
Ecco.
Tutto questo per dire che la Benetton non ha inventato niente.
Sono convinta che il sognor Benetton, un bel giorno, e' arrivato a bruxelles, si e' fatto un giro per St Josse, Molenbeek, Matonge e Schaerbeek e ha deciso di prendere gente a caso e di infilarla nelle pubblicita'.
L'epifania l'ho avuta ieri sera sull'autobus.
Ero seduta affianco ad un arabone con la tunica e la barbona. Poco distante, c'era una famiglia di colore. Papa' (bello come il sole, per altro), mamma e bambinetta di un paio d'anni bellissima.
La bimba piange.
Salgono sull'autobus mamma e bambina seienne bianca, vestita di rosa e si sistemano vicino alla famigliola nera. La seienne guarda la duenne. La duenne smette di piangere e s'incanta a guardare la seienne. La duenne allunga la mano a prendere quella della seienne. La seienne accarezza la mano della duenne e l'amore sboccia.
Dopo qualche minuto di sorrisi e mani intrecciate si liberano due sedili e mamma bianca e figlia bianca e rosa vanno a sedersi. La seienne abbandona la duenne a malincuore e dice "mamma, me la compri una sorellina?", la mamma sorride "ne parliamo poi a casa con papa' e vediamo cosa ne pensa". La seienne guarda la duenne con fare pensieroso e poi aggiunge "pero' la voglio come lei!" e indica la duenne.
Io e il barbuto arabone seduto di fianco a me ci guardiamo inteneriti e ce la ridiamo (e ve lo giuro che ha pure prodotto un sospiro e un cigolio di ovaie con occhi luccicosi!), mentre la mamma dice "proveremo a parlare a papa' anche di questo".
Tutte le dieci persone rimaste sull'autobus si sono fatte una risata e io sono scesa.
Bruxelles, a volte, e' proprio bella.